La maggior parte delle persone affette da emorroidi tende a non rivolgersi in tempo utile allo specialista, lamentandone i sintomi solo quando la condizione è giunta a uno stadio critico. I trattamenti per la cura di questo disturbo spaziano dall’approccio farmacologico alla chirurgia, quest’ultima sempre più innovativa negli ultimi anni grazie all’introduzione di tecniche mininvasive. Insieme al Prof. Valter Ripetti, Coordinatore dell’Unità di Colo-Proctologia Roma 2, scopriamo l’importanza di non trascurare i sintomi e quali sono le metodiche per curare la patologia proctologica più diffusa prima che si renda necessario un intervento invasivo.

 

Quanto è diffusa questa patologia?

“Sicuramente più di quanto si crede. Ad oggi i disturbi emorroidari interessano circa l’80% della popolazione, ma sono pochi i pazienti che scelgono di rivolgersi al proctologo in tempo utile, così da evitare un peggioramento della condizione. Questo accade perché, purtroppo, è ancora considerato ‘normale’ accusare disturbi – seppur minimi- nell’area interessata e si tende a trascurarli allo stadio iniziale.”

Quali sintomi comporta?

Solitamente i sintomi associati alle emorroidi si dividono in due tipologie: sintomi principali quali sanguinamento, prolasso e dolore e sintomi secondari che includono perdite di mucosa, forte prurito e disconfort anale.”

Cosa la scatena?

“Le cause di questa malattia non sono ancora del tutto chiare, diverse teorie sono state formulate, ma tre sono le più verosimili: la più antica è la teoria delle dilatazioni varicose, la seconda, più moderna, ipotizza la comparsa di un’iperplasia venosa, ma la più in voga, ipotizza che i disturbi derivino da una debolezza dei tessuti di sostegno, per cui il plesso emorroidario si sposta verso l’esterno, cioè prolassa. Questa degenerazione del tessuto di sostegno avviene fisiologicamente con l’età, è favorita dalla stipsi, dalle alterate abitudini evacuative, da attività lavorative faticose, e anche da una componente ereditaria.”

A quali cure sottoporsi per riacquistare benessere?

“Esistono due approcci sicuramente validi, ma dipende dai casi. Il primo è quello che prevede una terapia farmacologica sia essa sistemica che topica, la quale ha ruolo importante come presidio terapeutico negli stadi iniziali.”

Cosa fare quando la patologia è in uno stadio avanzato?

“Purtroppo nella maggior parte dei casi i pazienti richiedono un consulto specializzato solo quando i disturbi si acutizzano al punto da incidere pesantemente sulle attività quotidiane. In questi casi è necessario ricorrere alla seconda tipologia di trattamento, ovvero la chirurgia.

 Quali sono le tecniche chirurgiche disponibili?

“Negli ultimi anni la terapia chirurgica ha fatto notevoli progressi, grazie anche all’innovazione tecnologica, che consente di eseguire interventi in maniera mininvasiva, con sintomi post-operatori ben controllati e addirittura in regime ambulatoriale (legatura elastica, fotocoagulazione a raggi infrarossi) o di Day-Surgery, tra queste si distingue la THD (dearterializzazione emorroidaria transanale).

Oltre che innovativa, è sicuramente la meno invasiva poichè non comporta l’asportazione di alcun tessuto, ma solamente l’applicazione di alcuni particolari punti di sutura sulla mucosa rettale grazie all’ausilio di un ecodoppler transanale -in un’area insensibile al dolore- al fine di ridurre l’apporto ematico alle emorroidi con decongestionamento di queste e scomparsa del prolasso. Possiamo pertanto affermare che la chirurgia delle emorroidi, oggi, non è più la chirurgia delle situazioni limite, ma si propone di essere un trattamento mirato a migliorare la qualità della nostra vita.”